Francesco Grillo e Gianluca Di Giovine

In questi ultimi mesi la mozione proposta dal Movimento 5 stelle pugliese, che ha previsto l’istituzione del 13 febbraio come «giornata della memoria per i morti meridionali del processo unitario», sta suscitando numerose polemiche. Gli storici del dipartimento Disum dell’Università di Bari e delle altre università pugliesi assieme a Lea Durante docente dell’Università di Bari hanno deciso di lanciare una petizione per chiedere al presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, un uso corretto e non strumentale della storia. Nella petizione vengono presentati diversi motivi per i quali non dovrebbe esserci questa giornata: perché la questione meridionale non è cominciata dall’Unità e sarebbe una giornata di stampo neo-borbonico. Nell’articolo pubblicato dal Manifesto il 5.8.2017, la professoressa Lea Durante ha sottolineato come l’istituzione della giornata della memoria delle vittime meridionali del processo unitario sia un’espressione della lottizzazione della memoria contemporanea e l’espressione localistica della ‘piccola patria’, della nuova comunità che inventa, populisticamente, la tradizione. Al meridionalismo risentito e nostalgico, la Durante, oppone il meridionalismo progressista di Antonio Gramsci per il quale la ‘quistione meridionale’ è una ‘quistione nazionale’, in quanto solo le forze operaie e contadine, unite in un blocco sociale anticapitalistico, possono rovesciare i rapporti di produzione e rivoluzionare lo stato borghese.  L’analisi gramsciana sul Risorgimento è molto complessa e non basta scrivere della consapevolezza di Gramsci sui limiti dell’Unità d’Italia, bisogna, invece, evidenziare alcune questioni che rimandano allo sfruttamento e alle violenze dei ‘piemontesi’ sulle popolazioni meridionali.  Nel Quaderno 19 dei Quaderni dal carcere, Gramsci sostiene che le origini del moto risorgimentale sono da ricercare nel processo storico europeo. Gli interessi geopolitici di Francia, Austria, Russia e Inghilterra sono centrali nello sviluppo del Risorgimento e nella sezione dedicata alla quistione orientale, Gramsci, citando il libro di Nitti ‘Capitale straniero in Italia’, pone in risalto gli accordi economici tra i Borbone e la Russia (nell’Itala meridionale sono presenti 150 milioni di obbligazioni statali russe) in netto contrasto con gli interessi inglesi. L’Inghilterra produce il 50% della produzione tessile mondiale e nutre interessi in Sicilia; il paesino etneo di Bronte è stato donato nel 1799 all’ammiraglio Nelson dal re Ferdinando III di Sicilia, al fine di ringraziare l’Inghilterra e l’ammiraglio per l’aiuto militare ricevuto contro la minaccia francese. La stessa Bronte è il teatro sanguinario dell’eccidio di contadini nel 1860. La spedizione repressiva e violenta è guidata dal generale Nino Bixio che incurante spara sui contadini. Lo stesso Gramsci a tal proposito scrive che i movimenti di insurrezione dei contadini contro i baroni (anche quelli dopo la spedizione dei mille e l’Unità d’Italia) sono stati spietatamente schiacciati dalla guardia nazionale anticontadina. A tal proposito il filosofo comunista sostiene che tale aspetto violento e repressivo della spedizione dei Mille non è stato mai studiato e analizzato. L’Unità non è avvenuta su una base di uguaglianza ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno. Nell’articolo incompleto ‘Alcuni temi della quistione meridionale’, apparso su ‘Ordine Nuovo’ il 3 gennaio 1920 Gramsci sostiene come la borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento. Nella proposta nazionale dell’unità di operai e contadini, citata anche dalla professoressa Durante, Gramsci evidenzia come la ‘quistione contadina’ si sia storicamente determinata e abbia assunto due forme tipiche: la ‘quistione meridionale’ e quella vaticana. Nell’analizzare la ‘quistione meridionale’ egli nota l’importanza storica di modificare l’indirizzo politico e l’ideologia generale del proletariato industriale forgiato, inconsapevolmente, dall’ideologia borghese. Cosa trasmette l’ideologia borghese? Il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia, i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei barbari; se il Mezzogiorno è arretrato la colpa non è del sistema capitalistico ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali e barbari. Questa visione dei meridionali assume caratteristiche pseudoscientifiche con i sociologi positivisti Sergi e Ferri. La storia dell’Unità d’Italia è stata sempre presentata come una grande favola, nella quale i grandi eroi come Garibaldi o il generale Cialdini per spirito di solidarietà e di amore sono venuti a liberarci dalla grande dittatura dei Borbone. Eppure in tanti si sono accorti che nonostante tutto l’Italia non è un paese egualitario: il Sud Italia con i suoi disagi sociali ed economici e il Nord Italia forte e industrializzato. Per quanto tempo tanti meridionali, definiti fannulloni, sono stati costretti ad abbandonare le loro terre per tentare fortuna al Nord? Il Regno delle due Sicilie è, prima del 1860, uno dei regni d’Europa maggiormente sviluppati dal punto di vista industriale, dopo Francia e Inghilterra. Lo sviluppo industriale raggiunge numeri come 1.600.00 addetti contro i 1.100.00 di tutta Italia (Pino Aprile in Terroni). Fioriscono ferrovie, battelli a vapore, industrie, teatri e Università. Però tutto ciò che determina la ricchezza del Sud Italia, improvvisamente, dopo l’Unità, scompare, o meglio ancora, finisce tutto al Nord. È inevitabile affermare che, mentre la situazione al Sud è quella che abbiamo appena descritto, al Nord le cose vadano diversamente. Il Piemonte, ormai, si ritrova sull’orlo della bancarotta e viene stabilito un unico debito pubblico nazionale nonostante il debito pubblico del Piemonte incide per oltre il 50% del debito totale, mentre la popolazione del Piemonte e della Sardegna costituisce solo il 13% di quella nazionale. La resistenza all’incremento della tassazione, nel sud prende il nome di brigantaggio e ai briganti spetta una violenta repressione. Tra le stragi più atroci compiute nel corso dell’Unità d’Italia non si possono non menzionare le stragi di Pontelandolfo e di Casalduni. L’obiettivo delle truppe guidate dal generale Cialdini è proprio quello di sedare violentemente le rivolte. Non a caso abbiamo testimonianze di soldati come Carlo Margolfo, il quale nelle sue memorie raccolte nell’opera “Mi toccò in sorte il numero 15”, racconta in maniera minuziosa delle violenze commesse dall’esercito di Cialdini. La giornata per le vittime meridionali non può essere semplicemente rubricata come una giornata neo-borbonica. Senza nostalgie neo-borboniche la memoria serve a ristabilire quanto la storia raccontata ha tenuto nascosto perché forse è il tempo che il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica diventino due cose conciliabili in Italia (Pasolini).Francesco Grillo, dottore in Filosofia e autore del libro Giovani e Politica: una crisi da superare

Arturo Gianluca Di Giovine, docente di Storia e Filosofia nelle scuole secondarie di secondo grado.

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2 comments

  1. Aprire il dibattito politico e culturale sul processo unitario dell’Italia è molto scomodo per la classe che si impose sui destini degli italiani. Questo diventa molto evidente nel momento in cui la reazione è cosi dura e violenta tacciando il tutto di neoborbonismo nostalgico. Forse i docenti universitari che si sono resi promotori per un’azione di ripensamento da parte del Presidente Emiliano, dovrebbero spiegare perché si ostinano a non volerne parlare, perché tutto il processo unitario deve essere sotterrato sotto una coltre di nascondimenti messi in piedi ad arte dall’agiografia ufficiale inculcata a tutte le nuove generazioni. I cosiddetti “Fratelli d’Italia” sono partiti dallo stato Sabaudo con il vero intento di liberare i Fratelli di tutta la penisola dalle monarchie straniere che perpetuavano una situazione medioevale, con la connivenza della Chiesa Cattolica, e per dare loro l’aiuto e la possibilità di evolversi in un stato unitario moderno? Oppure, come realmente è avvenuto, il vero intendimento era quello di spodestare coloro che detenevano il potere per approfittare e sfruttarne le ricchezze, i territori e con essi le popolazioni? Se la regia per l’Unificazione dell’Italia veniva da fuori, dall’Inghilterra in particolare, come non riconoscere che i “Fratelli d’Italia” non venivano certo come fratelli degli italiani tutti. Il limite della bancarotta piemontese, l’istituzione del Quaderno Unico del debito italiano, lo smantellamento delle attività produttive, la consegna automatica ai baroni del latifondo sottratto alla Chiesa e agli Usi Civici, il modo repressivo imposto in particolare al Sud con la legge Pica, sono solo alcuni dei tanti elementi che andrebbero discussi e chiariti per dire finalmente la verità su quello che è successo col processo unitario che non si fermò affatto al 1861, ma è continuato dopo e che per molti versi continua ancora oggi. Liquidare la discussione con l’appellativo di neoborbonismo nostalgico, evidentemente fa comodo ed è conveniente per perpetuare la situazione di partenza. Chissà perché, poi, quei meridionali che furono attivissimi per sostenere l’unità e il cambiamento, oggi sono nostalgici retrogradi perché vogliono capire con chiarezza come andarono realmente le cose. Antonio Corbo

  2. Le pulsioni antirisorgimentali dei nostalgici del regime borbonico e di quello austriaco
    di Eros Barone
    «…nel momento in cui il passato
    diveniva l’avvenire e l’avvenire il passato…»
    Victor Hugo, “L’uomo che ride”,
    Parte seconda, Libro primo.
    «L’Unità d’Italia è avvenuta con una feroce guerra di occupazione da parte dell’esercito sabaudo con un milione di morti e milioni di emigranti.»
    Così scriveva nel 2011, senza alcun timore di apparire ridicolo o delirante, un nostalgico del regime borbonico e delle ‘piccole patrie’ pre-unitarie in una lettera pubblicata dal quotidiano online “VareseNews”1 .
    Capisco, naturalmente, che l’uso politico-propagandistico della storia a fini di mistificazione e di falsificazione escluda l’obbligo della ricerca e della consultazione di fonti documentali affidabili e di testi storiografici seri; è sufficiente, infatti, per questo tipo di rigattieri della cultura prelevare dati da siti web privi di qualsiasi attendibilità e orientati in senso antirisorgimentale: puro folclore, che però rivela il carattere bifido di Internet (torbida fogna dell’ignoranza e, insieme, strumento prezioso di indagine), oltre che la deriva intellettuale di alcune fasce dell’opinione pubblica di questo Paese.
    Eppure sarebbe bastato procurarsi il volume di Franco Molfese sulla “Storia del brigantaggio dopo l’Unità”2 (una ricostruzione rigorosa e documentata svolta, fra l’altro, da un punto di vista critico nei confronti della gestione piemontese del processo di unificazione) per controllare i dati ufficiali riportati nell’Appendice seconda3 , da cui si apprende che, fra il 1861 e il 1865, i fucilati ed uccisi furono 5212, gli arrestati 5044, i presentatisi 3597, con un totale di briganti posti fuori combattimento, di 13.853. Circa, poi, l’emigrazione che si è verificata nell’ultimo quarto di secolo dell’800 e nel primo decennio del ’900, va detto che non solo è assolutamente arbitrario associarla al Risorgimento, ma che perfino gli studenti del liceo sanno che essa si inserisce nel contesto della prima grande depressione del capitalismo (1873-1895), un aspetto centrale della quale fu proprio la crisi agraria che colpì (certo sommandosi alla fragilità pregressa delle strutture produttive e alle scelte di politica economica dei governi post-unitari) non solo il nostro Paese, ma l’intera area occidentale, a partire dagli Stati Uniti d’America.
    L’Italia sabauda non era la vera Italia, lo Stato nazionale non ha alcuna legittimazione etica e culturale e la rappresentazione del Risorgimento incentrata sulla classica triade ‘Vittorio Emanuele II-Cavour-Garibaldi’ e codificata a livello scolastico dai manuali e dall’insegnamento della storia, è falsa. Con queste affermazioni perfino un ministro della Repubblica, Roberto Calderoli, ebbe ad esprimere, nel corso di un’intervista televisiva, il suo contributo alla celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. In realtà, simili prese di posizione, fra le quali va annoverata, buon’ultima, quella del Consiglio regionale della Puglia4 , dimostravano già nel 2011 che la questione dell’unità nazionale stava diventando nel nostro Paese la questione più importante e più urgente. In nessun altro Paese sarebbe stato concepibile che un ministro si dissociasse in maniera così plateale dalla celebrazione della nascita dello Stato che era chiamato a governare5.
    Ma proviamo a riflettere sul senso della critica, per la verità tutt’altro che nuova e originale, mossa a quella rappresentazione, ‘ça va sans dire’, in pari tempo oleografica, retorica e agiografica. Dovrebbe essere evidente, infatti, che il contesto narrativo in cui siffatta rappresentazione si colloca è quello che lo storico Eric Hobsbawm ha definito come ‘invenzione della nazione’, laddove tale sintagma pone in risalto la funzione pedagogica, progettuale e civile che il ceto politico post-unitario assegnava alla costruzione di una certa immagine del Risorgimento. La filosofia politica dei ‘padri della patria’, se da un lato mirava a celare i contrasti ideologici ed economici che segnarono le lotte per l’indipendenza nazionale, dall’altro, delineando il Risorgimento come il prodotto di una ‘concordia discors’ fra democratici e moderati, puntava a porre le basi storico-morali di una comunità, il ‘popolo-nazione’, che definisse i confini entro cui potessero svolgersi sia il conflitto fra le differenti ideologie sia lo scontro fra i diversi interessi. In questo senso, se si pongono a confronto la grande saggezza politica che caratterizza il ‘topos’ retorico dell’unità nazionale e la facile ironia dissacratoria degli intellettuali sedicenti àpoti, non vi è alcun dubbio che la prima meriti di essere considerata intellettualmente, politicamente e moralmente superiore alla seconda.
    Del resto, la polemica sull’Unità d’Italia non desta particolare meraviglia se si considera che i traumi storici che il nostro paese ha vissuto, dalla “morte della patria” al secessionismo rampante, insieme con la crisi degli Stati nazionali, hanno oscurato a tal punto la consapevolezza del valore rappresentato, nella vita dei popoli, dalla costruzione dello Stato unitario, che è diventato difficile riconoscere, anche solo da un punto di vista puramente costituzionale, il nesso inscindibile tra lo Stato e i diritti e si tende a credere che il godimento effettivo degli uni passi attraverso il deperimento, se non l’abolizione, dell’altro.
    Il marxista Antonio Labriola, il quale giustamente asseriva che «noi siamo vissuti dalla storia»6 , non si sarebbe quindi meravigliato né delle provocazioni di Calderoli né delle proclamazioni pugliesi e le avrebbe giudicate come lo spurgo di un processo di lunga durata determinato da cause oggettive e da scelte soggettive.
    In realtà questo processo non è per nulla ineluttabile e non sta scritto nel libro del destino che il caos di Behemoth debba prevalere sull’ordine di Leviathan; parimenti, non è affatto dimostrato che “tutto ciò che è regionale è razionale e tutto ciò che è razionale è regionale”; infine, occorre considerare che la nazione non è solo un’invenzione, ma ha anche una base materiale nell’esistenza di un mercato nazionale e che quest’ultimo, in una fase che vede entrare in crisi la globalizzazione e scatenarsi le contraddizioni economiche del mercato mondiale, è destinato ad acquistare un’importanza crescente.
    In conclusione, è doveroso sottolineare che un patrimonio grande e prezioso come quello del Risorgimento e della conseguente unità nazionale non può essere posto in discussione dalle sparate dei nostalgici del dominio austriaco o di quello borbonico, ma solo dall’offuscamento e dall’indebolimento della coscienza storica.
    Per quanto concerne i nostalgici del regime austriaco, è noto che i governatori leghisti Maroni e Zaia lavorano al fine di preparare il terreno per una secessione ‘morbida’ delle rispettive Regioni, facendo leva sulla indizione dei rispettivi referendum autonomisti, tanto inconsistenti sul piano formale quanto demagogici sul piano propagandistico 7 . Tali referendum, il cui svolgimento è previsto per il 22 ottobre 2017, non richiedendo il quorum, hanno unicamente valore consultivo e sono incentrati su quesiti diversi nella formulazione adottata dalle due Regioni, ma con lo stesso significato: agli elettori si chiederà di pronunciarsi pro o contro l’apertura di un negoziato col governo di Roma per il conferimento di maggiori poteri e competenze, avendo come prospettiva l’approdo allo statuto speciale.
    L’obiettivo immediato che perseguono i governatori leghisti per conto del blocco reazionario e neocorporativo che li sostiene e di cui essi sono l’espressione politica e amministrativa, non è solo quello di ottenere maggiori competenze e poteri per le rispettive Regioni in materia di scuola, ambiente, demanio idro-geologico, salvaguardia del territorio, beni culturali, strade e viabilità, ma è anche la possibilità di mantenere sul territorio una parte della tassazione che oggi finisce allo Stato, come l’Irpef. Il sogno neo-austriacante della maggioranza leghista che governa la Lombardia e il Veneto è che il 90 per cento delle tasse restino sul territorio (se si calcola che è in gioco tra lo Stato centrale e queste Regioni l’acquisizione di oltre 70 miliardi di gettito fiscale, si comprende tosto l’entità della questione).
    Orbene, il progetto cripto-secessionista che si sta sviluppando in queste aree del paese spinge a riflettere, come marxisti, sui problemi della forma-Stato e della sua crisi. Pertanto, l’ignoranza, il pressappochismo o, addirittura, l’indifferenza rispetto a tali problemi, che dominano in una sinistra ormai culturalmente suicida e largamente subalterna alle impostazioni della classe dominante, rendono necessaria la riaffermazione delle basi dottrinali elaborate dal socialismo scientifico a tale proposito.
    In questo senso, Friedrich Engels è un punto di riferimento essenziale, poiché nella sua Critica del progetto di programma del Partito socialdemocratico tedesco (1891) distingue, con rigore materialistico e dialettico, le differenti situazioni della Germania, degli Stati Uniti d’America, della Svizzera e della Francia8 .
    Per gli Stati Uniti Engels riconosce che “la repubblica federale ancora oggi, nel complesso, è una necessità, data la gigantesca estensione territoriale” di quel paese. Il federalismo “sarebbe un progresso in Inghilterra”, perché “sulle due isole vivono quattro nazioni” [Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda]. Invece, la repubblica federale “già da tempo è divenuta un ostacolo nella piccola Svizzera, sopportabile soltanto perché la Svizzera si accontenta di essere un membro puramente passivo del sistema degli Stati europei”.
    Per quanto concerne la Germania, il giudizio di Engels è netto: “A mio parere, il proletariato può utilizzare soltanto la forma della repubblica una e indivisibile”. Per la Germania, infatti, “una imitazione del federalismo svizzero sarebbe un enorme passo indietro”. Ciò che divide “lo Stato federale dallo Stato unitario”, osserva Engels, è “il fatto che in ogni singolo Stato federato, ogni Cantone ha la propria legislazione civile e penale”. Ma – in un paese nel quale non convivano nazioni diverse con lingue e culture diverse – la legislazione dev’essere unitaria: e ciò corrisponde all’interesse di tutti i lavoratori. Gli esempi storici ai quali Engels si richiama, come ai più democratici, sono quelli della rivoluzione americana e della Francia negli anni della Rivoluzione che vanno dal 1792 al 1798: “Dal 1792 al 1798 ogni dipartimento francese, ogni comune godettero di una amministrazione completamente autonoma… L’America e la prima repubblica francese mostrarono a noi tutti in che modo si debba istituire l’amministrazione autonoma e come si possa fare a meno della burocrazia. … Tale amministrazione autonoma provinciale e comunale è assai più libera che, ad esempio, il federalismo svizzero, dove il Cantone è bensì assai indipendente rispetto alla Confederazione, ma lo è anche rispetto al distretto e al comune”. Da questa analisi Engels ricava la rivendicazione da inserire nel programma del partito: “amministrazione completamente autonoma nelle province, nei distretti e nei comuni, da parte di impiegati eletti con suffragio universale. Abolizione di ogni autorità locale e provinciale nominata dallo Stato”.
    Pertanto, a quale conclusione si giunge sulla scorta di un’analisi scientifica che, come questa, nel cogliere le invarianti della forma-Stato moderna definisce l’esatto terreno dell’iniziativa del movimento operaio?
    La conclusione a cui si giunge è che in uno Stato che attraversa una crisi profonda, quale l’odierno Stato italiano, il federalismo è doppiamente pericoloso, perché nutre il germe del secessionismo, oggi voluto dalle forze più reazionarie delle regioni ricche dell’Italia del Nord a svantaggio dei lavoratori e della popolazione delle regioni più povere. Tutti gli autentici marxisti non possono dunque che avversare risolutamente il federalismo e il secessionismo, strumenti politici che mirano a separare e dividere i lavoratori.
    In ultima analisi, il pensiero marx-engelsiano insegna che solo uno Stato di tipo nuovo, che rechi in sé il codice della sua estinzione ed il cui orizzonte superi sia il macro-nazionalismo sia i micro-nazionalismi, potrà realizzare un’effettiva uguaglianza fra tutte le componenti territoriali della comunità nazionale.
    Sennonché, nel marasma politico-istituzionale dell’attuale Stato italiano non era così difficile prevedere che simili rigurgiti anti-unitari avrebbero varcato i confini della “Padania” o del microcosmo filo-borbonico per assumere il rango e il peso di una mozione istituzionale come quella che è stata presentata dal Movimento 5 Stelle, ed approvata lo scorso 4 luglio da una larga maggioranza del consiglio regionale della Puglia, al fine di istituire una “Giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia” (sic!). La domanda che sorge spontanea è allora la seguente: quale risposta occorre dare a questa recrudescenza di pulsioni anti-risorgimentali che, come una febbre maligna, giunge a manifestarsi perfino nella massima assemblea elettiva di un’importante regione meridionale?
    Sgombrato il campo dalle mistificazioni e dalle falsificazioni, per quanto concerne il punto di vista sul Risorgimento credo che un marxista debba identificarsi pienamente nell’affermazione che segue: «Per certo noi non nascondiamo di “tenere” per il Risorgimento, di riconoscere complessivamente in esso, con tutti i suoi conflitti interni che pure vogliamo “vedere”, un positivo moto della storia». Così scriveva Mario Isnenghi in apertura del primo volume dell’opera da lui diretta, “Gli Italiani in guerra”9 . Se Isnenghi non esitava a dichiarare il partito preso è perché sentiva il bisogno di comunicare ai lettori che il volume in parola esprimeva l’esigenza di una reazione agli attacchi che contro il Risorgimento si stavano levando da fronti diversi.
    In questo senso, la risposta storico-morale alle pulsioni antirisorgimentali non può non essere altrettanto ferma e risoluta quanto fu quella che si espresse nei confronti delle velleità neo-secessionistiche che si manifestarono, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, nel gruppo dirigente della Lega Nord e che confermarono non soltanto la gravità anticostituzionale e antiunitaria del comportamento politico degli esponenti di allora della Lega Nord, ma mostrarono altresì come la polemica anti-unitaria condotta con parole, con gesti e con azioni colpisse, insieme con l’unità civile del Paese, anche i diritti dell’uomo e del cittadino e la separazione tra Stato e Chiesa, rispolverando in definitiva la panoplia più logora del pensiero tradizionalista ultrareazionario.
    Accade, dunque, che attacchi di questo tipo, oltre a suscitare fastidio tra quanti sono tuttora legati alla tradizione monarchica e nazionalista, inducano a reagire anche coloro che, pur consapevoli dell’importanza fondamentale del moto risorgimentale per l’affermazione in Italia dei princìpi dell’Ottantanove, avevano ritenuto opportuno richiamare l’attenzione e alimentare la discussione non tanto su questa verità quanto sul deficit di democrazia che caratterizzò lo Stato liberale in Italia.
    Peraltro, se è vero che il Risorgimento fu un moto di cui la borghesia ebbe la guida, è altrettanto vero che nelle città e nei paesi esso non fu solo un monopolio di questa classe. Senza dimenticarne i limiti, possiamo oggi riconoscere, con il massimo dell’obiettività garantita dalla ricerca storica più accreditata e più autorevole, che si trattò di un vasto sommovimento politico, sociale e culturale che coinvolse ampi strati della popolazione e nel quale maturarono cambiamenti decisivi: la diffusione delle idee di libertà, di uguaglianza e di democrazia, l’emancipazione degli ebrei, gli albori del movimento femminile e dello stesso movimento socialista (basti pensare, fra i tanti, alle luminose figure di Carlo Pisacane, Giuseppe Ferrari e Giuseppe Garibaldi). Le migliori tradizioni della società italiana, più tardi rinvigorite dalla lotta antifascista e dalla Resistenza, affondano le loro radici in quella memorabile stagione.
    Non meraviglia, quindi, che i reazionari sferrino i loro scomposti attacchi alla memoria risorgimentale, che è, insieme con quella resistenziale, il coefficiente decisivo di quel poco che resta dell’identità nazionale e della cultura democratica di questa Repubblica.
    Certo, anche l’oblio è necessario alla vita, ma, come ci ricordano i rozzi e maldestri tentativi di mistificazione e di falsificazione della storia compiuti prima dai revisionisti filo-austriacanti e ora da quelli filo-borbonici, occorre pur sapere che ciò che vogliamo essere dipende anche da ciò che decidiamo di ricordare e di dimenticare. Il Risorgimento italiano non fu soltanto il processo di unificazione politica dell’Italia (sul cui valore è naturalmente lecito dissentire), ma anche la sorgente, per gli italiani, delle idee di libertà e di democrazia che troveranno più tardi una significativa espressione nella Costituzione della Repubblica. Infangarne la memoria non è una scelta né saggia né illuminata, ma rivela, ancora una volta, l’ignoranza storica e l’insipienza civile di chi vorrebbe che il passato divenisse l’avvenire e l’avvenire il passato.
    ________________________________________
    Note
    1 Si veda la lettera citata a questo indirizzo.
    2 F. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, Milano 1974.

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