A quasi tre mesi dall’inizio della dichiarata pandemia, dal lookdown, insomma dall’inizio di tutto sto fremente trambusto, ci ritroviamo così ,catapultati in questa fase 2. Come per un’esercitazione militare, ci accingiamo a dover rispettare numerose regole o protocolli di sicurezza, noi generazioni cresciute con poche regole e restrizioni, dover fare i conti con la propria coscienza di cittadini modelli; sempre con il ditino puntato, però, nel giudicare il prossimo per eventuali scorrettezze nell’attuare le direttive imposteci. Spesso inermi, con uno spiraglio di luce dinanzi e, tutt’intorno, molte incertezze. Quel limbo in cui siamo stati rinchiusi per due mesi, man mano ci allarga orizzonti ed, infondo a quel tunnel, dal quale non scorgevamo fiducia nel futuro, ora ci attende una lunga risalita verso strade sconosciute. Abbiamo imparato molto da questa esperienza fuori dal comune cose materiali che ci serviranno in concreto per affrontare di qui in avanti ciò che più ci spaventa. La fase 2 dell’emergenza in tutte le sue precarietà attuando le misure di sicurezza previste con tutto il buon senso possibile. Abbiamo imparato a sorridere con qli occhi, questo non ce lo ha insegnato nessuno. invece, sentiamo nel profondo, sia l’unico contatto umano che ci sia ormai concesso avere con il mondo esterno. Noi che a volte rinchiusi nelle nostre case o fuori nelle nostre mascherine. Con sguardi fuggevoli I’abbiamo tentato di evitare un saluto in più, così d’istinto, come se fosse pericoloso anche quello. Spauriti, fragili, ci siamo ritrovati incollati agli schermi dei telefonini o della TV per poter scorgere un barlume di speranza o di ottimismo, quando tutt’intorno la realtà, ci sembrava non appartenere più alle nostre vite. Siamo ancora le stesse persone che abbiamo abbandonato lì fuori, quel giorno che ora ci appare lontano? Mai così lontano, quanto quello in cui torneremo ad essere gli stessi esseri umani di qualche tempo fà. Non so se realmente ne usciremo come persone migliori dall’intera situazione, fortemente cambiate, quello sì, ne ho la certezza assoluta. ln contrapposizione a tante restrizioni e regole, in uno di quei miei giorni di straordinaria quotidianità, ho compreso come la natura stesse continuando a mutare secondo le stagioni, nulla che la riguardava aveva interrotto il proprio corso: il nido che ogni anno popola l’adrone del nostro garage, era presente, lì e con esso le rondinelle che lo abitavano. Fu un’illuminazione in tanto indiscutibile fervore esterno. Le nostre vicende erano flebili, paragonate al susseguirsi di eventi naturali, ogni anno si sarebbero riproposti gli stessi scenari a prescindere da tutto ciò che stesse accadendo a noi uomini. La natura ci domina, intuizione scontata, seppur a tratti discutibile . A volte è proprio sotto i nostri occhi ciò che più ci turba e allo stesso tempo ci fa rinsavire. Quei pensieri che ci tengono svegli la notte, togliendoci il sonno. Non riavremo più ciò che abbiamo lasciato per strada, per queste vie del tutto sconosciute. Abbiamo perso vite affetti ciò che ci teneva ancorati alle nostre certezze, tutto quello che ci serviva per capire chi siamo e quale ruolo riscopriamo nella società. Troppo è stato scardinato dalle profondità delle radici terrene. Abbiamo imparato a fare a meno della presenza materiale dei nostri cari, sui quali spesso ci appoggiavamo e che ci sorreggevano nei momenti difficili. Beh mai nelle nostre menti svanirà il ricordo di essere stati soli, mai così soli di come abbiamo dovuto imparare ad esserlo ora. Essere ottimisti incauti mai atteggiamento da adottare consapevolmente e atto dovuto alla società e a noi stessi a noi che ancora addormentandoci sogniamo che tutto, al nostro risveglio, possa essere stato soltanto un brutto incubo poi apriamo gli occhi e siamo comunque grati di poter continuare a sperare in un futuro più sereno. Nel nostro involucro, pregno di paura, ci è stato chiesto di omologarci ad una nuova normalità, quando a stento abbiamo capito cosa ci stesse accadendo: sembra sempre più l’esibizione delle nostre coscienze a prendere il sopravvento su noi stessi. Difficile abituarci al pensiero che le mani, quelle stesse mani che sovente hanno accarezzato, abbracciato, ora siano identificate come veicolo di contagio. Scoraggiante realtà questa, che lascia spazio solo alle nostre più profonde paure, una percezione diversa della realtà, ci aiuterà nostro malgrado a sopravvivere psicologicamente. Ci attende la convinzione di dimenticare d’un tratto della nostra vita di cancellare dai nostri ricordi i momenti bui che ormai indelebili fremono di essere relegati in una parte profonda delle nostre anime, in un dimenticatoio dal quale non possano più essere evocati; così nella speranza questo avvenga, sopravviviamo cercando di far sì che la vita siamo ancor noi a condurla poveri illusi, noi esseri umani!

Vale

1 commento »

  1. Mi permetta, Vale, di aggiungere qualcosina alle sue considerazioni.
    Che il corona virus ci abbia colpito sonoramente è indubbio, non foss’altro per la perdita di tanti nostri cari che non avremmo mai voluto lasciare in quel modo tragico, isolati e soli,
    Secondo molti il virus ci avrebbe cambiato, forse in meglio. Ma all’osservare i comportamenti delle persone, diventate più guardinghe, più sospettose si direbbe che il cambiamento c’è stato, ma in peggio.
    Il virus, al di là dall’aspetto puramente fisico, legato alla salute di ognuno di noi, a me è sembrato più un grosso monito della natura che ci ha lanciato per chiedere un cambiamento di comportamento come animale sociale. Un cambiamento che attenga più al rapporto che gli uomini hanno con la natura e nei rapporti sociali ed economici, che nel tempo hanno stabilito come comunità umana, non alla sfera individuale e, senza mezzi termini, egoistica.
    Non si è fatto altro che chiedere di tornare alla normalità, di tornare alla vecchia normalità che tutto era fuorché normale. Una normalità che ha fatto scempio della natura e delle sue risorse. Una normalità legata ai rapporti di forza in cui vince sempre il più forte, in cui lo sfruttamento dell’uno sull’altro era del tutto normale. Una normalità in cui pochi arraffano tutto e gli altri si devono accontentare delle briciole e molto spesso neanche di quelle.
    Il cambiamento che ci dovrebbe essere, sarebbe quello che nel bene comune ognuno possa trovare il soddisfacimento dei propri bisogni. Un cambiamento che, un modello di sviluppo più rispettoso della natura, porterebbe inevitabilmente un miglioramento delle condizioni di vita di tutti, ormai soffocati da inquinamento, rumore, mancanza di rispetto dell’uno verso l’altro.
    Non servono esempi, perché la realtà è sotto gli occhi di tutti, ma appena si è avuto la possibilità di muoversi più liberamente si è subito imposto il vecchio modello di vita sociale aggressivo, debordante, senza rispetto dell’altro e dell’ambiente. Quando, invece bisognava mostrare più rispetto, per l’altro, per la natura, più solidarietà per il bene comune.
    Durante il distanziamento sociale abbiamo assistito a tante manifestazioni di platealità sui balconi, sulle terrazze, nelle chat o in tv. Ci hanno voluto convincere che quella era la manifestazione della grande solidarietà che il genere umano serbava nel proprio profondo. Ma appena se ne è avuta la possibilità, tutti a manifestare il proprio io, io, tutti a dire a me a me. All’improvviso tutti non avevano di che mangiare, dimenticando di colpo il mondo opulente in cui vivevano. E di persone che non avevano di che mangiare, si che ce ne sono e ce ne erano anche prima. Quale cambiamento c’è stato? Quale messa in pratica di quella presunta solidarietà? Niente!
    Il cambiamento, rivolto solo al proprio interno, solo al proprio ego con nessuna o poca rilevanza verso gli altri, non si può mai chiamare miglioramento.
    Comunque non dispero, io auspico sempre un mondo più equo e solidale. Alla fine arriverà.
    Antonio Corbo

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